08 marzo 2015

"Non fanno più gli horror di una volta...".

Sono un grande appassionato di film e narrativa cartacea dell'orrore. Se fossi protagonista di un film parecchio stereotipato (un horror americano di cassetta, magari), farei probabilmente la parte del darkettone fissato con le "storiedipaura", con ventimila piercing, lo sguardo da emo, che ha la cameretta con le pareti tinte di nero e il padre che se lo guarda dicendogli "TI PORTO DAL PRETE DEL PAESE, FA USCIRE SATANA DA QUELLA TESTA!". Per fortuna non sono così "bambino speciale" e sono solo un tizio qualunque con una predilezione per Carpenter, Romero, Argento al cinema e Stephen King, Lovecraft ed Edgar Allan Poe in letteratura. 1. Un'introduzione Oggi parlerò di cinema, non di letteratura; fra i due campi, credo che nell'horror il cinema abbia una funzione sociale ben definita, molto importante per la società dei consumi moderna e contemporanea. L'horror, secondo un'interpretazione oggi abbastanza affermata nella critica, ha rivestito nel corso degli anni un ruolo sociale importantissimo: con le storie dell'orrore gli autori hanno sempre delineato dei quadri distorti della realtà, che permettevano costantemente di riflettere sui lati più oscuri della società, della religione, della Storia di un Paese e, in definitiva, dell'animo umano. Due esempi, distanti ma non troppo, fra letteratura e cinema: Poe e Carpenter. Il Cuore Rivelatore (che ho riletto in inglese l'altra settimana) non è solo un ottimo intrattenimento basato sul meccanismo del thriller ante-litteram, ma è anche un grande racconto psicologico che preannuncia Freud. Perché l'assassino senza nome, che nel corso del racconto compie un orrendo omicidio, è un chiaro esempio ante-litteram della pulsione inconscia dell'uomo alla violenza e all'abbandono della ragione di cui la comunità scientifica e accademica comincerà a prendere atto all'inizio del '900. Pur rimanendo in un'ottica fortemente romantica, quindi pre-freudiana, Poe parla del lato oscuro dell'uomo ricercando il Male non più nel soprannaturale, ma nella mente di un folle che sente l'orrore invaderlo e spingerlo ad uccidere. L'orrore, in una fase storica di forte conformismo, serve a parlare di un lato oscuro della mente umana. Siamo avanti, siamo in un'ottica in cui l'uomo scopre qualcosa di terribile che lo riguarda e si rende conto che qualcosa, nella Società, può uscire fuori controllo: l'individuo. Più di un centinaio di anni dopo, John Carpenter girava quello che secondo me è il suo vero capolavoro, La Cosa, in cui una piccola comunità di uomini si ritrova bloccata in una base antartica alle prese con un alieno che può assumere l'aspetto di altri organismi, dunque prendere il posto di ciascuno di loro, e continuare ad assassinare i membri della spedizione. Carpenter mette nella figura del mostro tutto ciò che non va della società umana: la paura dell'altro, la xenofobia strisciante, il contrasto ideologico che all'epoca del film divideva il Mondo in due blocchi. La realtà non è sicura perché manca la fiducia fra gli uomini e l'egoismo ha la meglio.

2.Piacevoli scoperte d'inizio mese

Bene, sappiate che questo post non parla né di Carpenter né di Poe. E neanche della funzione sociale del cinema horror. Eh. Lo so. Prolissità portami via. No, il post vuole parlare del fatto che mi sembra che il cinema horror si stia sempre più scollando da quella funzione sociale per diventare qualcos'altro. Certo, non vale per tutti gli horror: segnalo subito un dittico che ho visto di recente, The Purge (2013) e The Purg
e: Anarchy
(2014) (tradotti con i soliti titoli all'italiana La Notte del Giudzio e Anarchia-La notte del giudizio ... vabbé, andiamo avanti). Come (quasi) tutto quel che mi piace è passato in sordina, ma è un'opera molto pregevole. La trama: nel 2030, gli U.S.A. sono governati da una dittatua conservatrice, "i nuovi padri fondatori", che è riuscita a portare la criminalità al minimo storico attraverso l'istituzione di un "rito", "lo sfogo". Una notte all'anno i cittadini possono commettere ogni crimine concepibile sfogando le loro frustrazioni o regolando i loro conti senza essere poi perseguiti dalla giustizia. Il risultato del setting sono due storie che mettono al centro della scena le storie di due gruppi di innocenti che devono sopravvivere alla nottata: una famiglia attaccata in casa propria da un gruppo di assassini nel primo film, dei perfetti sconosciuti che si trovano giocoforza ad affrontare una fuga nella metropoli assediata da bande di criminali nel secondo. Chiariamoci: sono film che hanno il punto di forza più nell'ambientazione che nella storia o nelle psicologie, anche se il secondo episodio colpisce molto per il suo mettere assieme il western metropolitano (dall'inizio alla fine ci sono sparatorie, inseguimenti e "assalti a diligenze", l'atmosfera è quella di I Guerrieri della Notte di Walter Hill) con l'horror creando qualcosa di visto raramente negli ultimi anni, un vero horror sociale ed apocalittico con attacchi ad alcuni principi conservatori. Si attaccano le disparità sociali fra classe imprenditoriale e quartieri popolari (i poveri non hanno difese contro la follia della notte dello sfogo, a differenza dei ricchi che posseggono case protette da sofisticati sistemi di sicurezza), così come l'industria delle armi da fuoco made in U.S.A. Certo, si può obiettare che gran parte di questi temi siano trattati con moralismo, ed il cinema di denuncia è in un'altra galassia. Però ci sono contenuti che vanno visti e valutati; se vi piacciono storie non per stomaci deboli, io un occhio ce lo butterei, più sul secondo che sul primo.

2. Una domanda

Okay, ho fatto una seconda digressione. Diavolo. Va bene, stavolta vado davvero al nocciolo, lo giuro. Ecco, il punto è che, al di fuori di prodotti come The Purge in giro c'è veramente poco. L'horror, dopo un momento di forte fermento come quello fra il 2005 e il 2010, in cui una nuova voga di sensazionalismo violento si era affermata facendo tornare un po' di sana paura al cinema (penso a prodotti come Alta Tensione, Martyrs, The Descent, non tutti e tre grandi film ma tutti e tre secondo me rivoluzionari nell'estetica del terrore), tutta la grande violenza, lo sdoganamento di un forte iperrealismo nell'horror, che portava anche ad una certa dose di riflessione sulla violenza stessa, abbia finito per diventare un nuovo mainstream. L'epica di alcuni prodotti, quella voglia di sorprendere lo spettatore, sta passando. E' vero, qualcuno dirà "Meno male, meno violenza al cinema". Ma ne siamo certi? La domanda che mi faccio è: se il cinema horror estremo comincia ad annoiare e non avere più quella carica rivoluzionaria che lo contrastigueva dieci anni fa possiamo aspettarci che le major si fermino nel loro cammino di messa in scena dell'ultraviolenza con prodotti un po' più coraggiosi come The Purge, che lavorano di più sulla sceneggiatura riuscendo un po' più a sorprendere, oppure ad un proliferare di splatter sempre più violenti, perché ormai lo standard sdoganato è quello del sangue di Martyrs?

03 marzo 2015

Creo e cerco, cerco e creo.

Ciao a tutti. Voglio tornare a scrivere sul blog dopo altri svariati mesi da quando l'ho toccato l'ultima volta. Mi sono laureato, e questo lo sanno tutti coloro che mi conoscono; la mia tesi è il mio orgoglio: nove mesi di lavoro per circa duecento pagine di analisi tecnica e contenutistica di From Hell di Alan Moore e Eddie Campbell. Riuscire a mettere su carta così tante infomazioni, tratte da tante e diverse fonti, e vedersi riconosciuto il proprio lavoro con la digità di stampa è stata una sensazione fantastica. Non tanto per il risultato formale, quanto per il fatto che ce l'ho fatta. La tesi è imperfetta e, nei prossimi mesi, non mancherò di correggerla e rivederla. Sto provando a pubblicarla, ovviamente. Non so come andrà, ma di sicuro ci proverò e riproverò. Quel lavoro mi ha aperto un mondo e, forse, spinto ad aprire nuovi progetti una volta laureato; da una parte, ovviamente, è cominciata la dua ricerca di un lavoro che abbia una qualche attinenza con il settore in cui mi sono specializzato, la comunicazione multimediale online. D'altro canto, il mio sogno è scrivere, ricercare, fare critica, pubblicare romanzi e, perché no, dirigere un film e produrre sceneggiature per fumetti. Voglio un rapporto con la creatività che sia "di frontiera": da un lato deve esserci la creatività, la produzione di lavori propri, dall'altro lo studio, la critica, l'analisi. E sì, qualora riuscissi a pubblicare o produrre, creod proprio mi butterei su prodotti che siano anche essi di frontiera: belli ma commerciali. E non me ne vergogno neanche un po', perché se c'è un indirizzo di pensiero in cui ho sempre creduto è che qualità e consumo, arte e guadagno, siano concetti che non devono essere in antitesi. Dirò una cosa discutibile: l'artista deve poter vivere grazie al suo talento e la sua creatività. Non ci sono scuse. Le storie che consumiamo (Game of Thrones? The Witcher?) sono prodotti commerciali. Dubito fortemente che George Martin o Andrezej Sapkowski ambiscano al Nobel per la letteratura, o che Christopher Nolan voglia rimanere nella Storia del cinema al pari di Kubrick o Truffault.
Al contempo, la norma che dovrebbe guidarci quando giudichiamo la qualità di un'opera di intrattenimento non è tanto "è fatta per far soldi o no?" quanto "è bella o no?". Okay, "bello" è soggettivo; Martin fa sgozzare impunemente mezza Westeros ed il pubblico si divide fra chi pensa che abbia creato una perfetta ricostruzione del cupo medioevo inglese e chi crede che sia uno che cede troppo spesso all'eccesso di sensazionalismo per vendere (per la cronaca: diciamo che io mi colloco fra i due estremi :P ). Ma la bellezza di Martin, secondo me, va oltre la soggettività. Dovremmo allora parlare di "capacità": Martin è oggettivamente un bravo narratore che, pur cedendo maledettamente alla commercialità facendo diventare una trilogia un ciclo sconfinato che neanche Howard poteva partorire, ha dato vita ad una storia che sa intrattenere, creare aspettative, appassionare, e dunque vendere. E' ovvio che noi pagiamo per le sue trame sin troppo arzigogolate e commerciali, ma paghiamo anche per scene come le Nozze Rosse in cui il televisione o nel romanzo si torna a parlare col linguaggio della pura epica. Questo è saper narrare, questo è guadagnarsi il pane attraverso una narrazione che è forte. Questo è quello che vorrei fare io e sto tentando di fare. Meglio ancora, se possibile. Più che Martin, allora, un valido modello per me è sempre il signor Stephen King di Bangor, Maine. Ora sto curando un piccolo universo fantasy, che vorrei diventasse un progetto di lavoro più serio in futuro. E cerco lavoro nel mio settore, sapendo che non lo troverò facilmente. Lasciarsi andare al pessimismo è una tentazione meravigliosa, che tento di lanciare via, rigettare lontano da me. Non è facile, ma ci si prova. In fondo, la mia citazione preferita è Conquista chi resiste. Spero di aggiornare presto il blog con qualche novità sul mio progettino; credo ci sentiremo qui ogni due-tre giorni. PS. Ovviamente un pensiero di rito va ancora alla scomparsa di Leonard Nimoy, il signor Spock della serie classica di Star Trek. Pochi altri attorni dell'enterteinment americano del secondo dopoguerra hanno saputo incarnare meglio lo spirito di una fantascienza popolare, aperta alla passione di un pubblico medio, desideroso di scoprire nuovi mondi stando davanti alla TV. Grazie mr. Spock. Sono figure come te che hanno "coltivato" noi nerd (involontariamente, per giunta!). Alla prossima!