13 aprile 2015

Di ritorno

Non sono l'unico a scrivere di Medioera 15, né l'unico che ci ha "lavorato" a trattarne in un post sul suo blog, quindi come al solito quando ci sono questi eventi "sentiti", "vissuti" e molto difficili da affrontare e poi raccontare si corre sempre il rischio di essere banali, retorici e scontati. Tenterò allora di non esserlo, e magari di spiegare cos'è stata Medioera 15 per me. Essenzialmente, il festival è stato cinquanta per cento fatica, cinquanta meraviglia. Partiamo dalla meraviglia. Non ero nuovo alla manifestazione, sin dallo scorso anno, quando ero venuto come semplice parte del pubblico, avevo capito che il festival parlava lingue non tradizionali e che senza dubbio parteciparvi è un'occasione per uscire dalla quotidianità e sentire parlare gli addetti ai lavori del campo del digitale. Il fatto poi di provenire dalla Tuscia e di essere cresciuto accademicamente con alcuni degli stessi organizzatori del festival mi pone comunque molto vicino all'ottica di Medioera. Quindi, punto numero uno: Medioera è interessante. Veniteci, il prossimo anno, supportatelo, date contributi, idee, aiutatelo a crescere. Parlare di queste cose serve come il pane, confrontarsi su questi argomenti è importante. Però basta, entriamo nel merito, affrontando il tema che mi sento più a cuore: Medioera è stato probabilmente il primo vero momento lavorativo della mia vita, il primo che non fosse un pomeriggio dedicato alla Gilda, l'associazione di gioco di ruolo e da tavolo con cui collaboro a Bracciano. Inevitabilmente, quando ti schianti su un evento che vede coinvolta un'organizzazione importante, addetti stampa, tante cose da fare, anche se sei soltanto l'ultimo arrivato (anzi, soprattutto per questo), ti trovi a fare i conti con i tuoi limiti. Ecco, io mi ci sono trovato di fronte, ed è stata dura. Uno dei miei problemi è, storicamente, quello di darmi addosso di brutto, di essere troppo piagnone con me stesso, di buttarmi giù. Ecco, Medioera, con i cazziatoni che mi son preso per svariate disattenzioni, mi ha insegnato che di buttarsi giù non c'è tempo. Mi sono accorto di averemeno del cinquanta percento di skills necessarie ad un compito del genere; devo studiare, lavorare su me stesso. "Lavorare su me stesso" non significa strampalate cazzate new age come mettere in pratica manuali tipo "Divenire vincenti in 10 rapide mosse" del professor Albertus Nunmericordocomecavolotechiami. "Lavorare su me stesso" significa sapere che se tu sai fare il 60% di quel che c'è da fare in una cornice di lavoro del genere, devi arrivare ad allenarti per farne il 70%. E se tu non ci riesci significa che non ci stai perdendo troppo tempo. Non so fino a che punto queste parole siano vuoti sbrodoloni e fino a che punto potrò correggerli o farli miei, fino a che punto potrò migliorarmi; so che o si migliora o si muore. Io da Medioera esco in parte imbarazzato (perché potevo fare di più), in parte abbastanza arrabbiato per sviluppare abbastanza fame di spaccarmi la testa e riprovarci. Sapendo che sono maledettamente imperfetto, e che la strada è lunga. Go, okay. Ma nel modo giusto. PS: questo è un commento a caldo, molto personale, che sentivo dentro. Non mi esprimo ancora sulla manifestazione: è presto e le idee sono molte. Senza dubbio già nei prossimi giorni tornerò sull'argomento, ma è stato necessario buttare queste idee su carta. Forza e coraggio.

08 aprile 2015

Go!

Da oggi sino a domenica farò parte del Social Media Team della manifestazione Medioera, che ogni anno accompagna le primavere viterbesi con una serie di incontri in merito ad alcuni argomenti che, sia per studio che per curiosità, ho dovuto fare per forza miei: social networks e comunità digitali nate attorno ad essi. Campi di interesse inerenti a questa branca sono tanti e disparati: da veri e propri studi sulla tecnologia-supporto di questi ambienti digitali sino a quelli sulle dinamiche interrelazionali che si vanno formando in rete attraverso Facebook, Twitter, Instagram. A Medioera si parla appunto di questo, di novità tecnologiche che impattano sulle nostre vite. Solo in esempio di quel che vuol dire, sto rimanendo letteralmente affascinato da Instagram, uno dei pochi social cui non sono iscritto. Un gruppo di mie colleghe sta fotografando “roba” da quando siamo arrivati all’incubatorio ICult, dove la manifestazione si svolgerà. Dopo lo scatto le sistemano un po’ con i programmini di grafica installati sui loro smartphones, taggano un po’ di persone con determinati hashtag, li spediscono nel web alla velocità della luce creando piccoli cumuli di utenti che si incontrano online e seguono la narrazione in fotografia dei lavori di preparazione.
Instagram è una voga in continua espansione, tanto che per ogni tre-quattro post Facebook si trova almeno una condivisione di una foto ottenuta con quella piattaforma. Attorno ad ogni file immesso si sviluppano pareri, discussioni, condivisioni. L’arte fotografica viene “cotta e mangiata”, creando di continuo nuova discussione e, in definitiva, informazione. Una vera e propria diretta visiva, di istantanea in istantanea. Ecco, in un’attività come questa c’è lo spirito di Medioera, classico esempio di evento in cui ogni spettatore diventa produttore di contenuti e suo diffusore; la diretta non viene dall’alto, ma dalla base. I fatti si confondono con le opinioni, la narrazione (che tra l’altro sarà il tema centrale del festival) diventa continua sino a divenire l’oggetto stesso della discussione sul palco. Non è un caso che all’inizio degli incontri ci si ritrovi ad ascoltare un messaggio registrato che invita a non spengere i cellulari e a commentare, condividere e ritwitt
are ogni cosa venga detta sul palco. Personalmente mi sento già maledettamente stanco e sotto pressione, mentre finisco di scrivere mi ritrovo i colleghi intenti a scaricare dalla macchina pacchi di materiale promozionale e credo che i lavori di manutenzione si concluderanno solo domattina, prima dell’inizio ufficiale del festival. La curiosità è tanta; curiosità per un lavoro che sembra tanto “facile” come la condivisione sul web e che, penso, si rivelerà un bel po’ più interessante.

08 marzo 2015

"Non fanno più gli horror di una volta...".

Sono un grande appassionato di film e narrativa cartacea dell'orrore. Se fossi protagonista di un film parecchio stereotipato (un horror americano di cassetta, magari), farei probabilmente la parte del darkettone fissato con le "storiedipaura", con ventimila piercing, lo sguardo da emo, che ha la cameretta con le pareti tinte di nero e il padre che se lo guarda dicendogli "TI PORTO DAL PRETE DEL PAESE, FA USCIRE SATANA DA QUELLA TESTA!". Per fortuna non sono così "bambino speciale" e sono solo un tizio qualunque con una predilezione per Carpenter, Romero, Argento al cinema e Stephen King, Lovecraft ed Edgar Allan Poe in letteratura. 1. Un'introduzione Oggi parlerò di cinema, non di letteratura; fra i due campi, credo che nell'horror il cinema abbia una funzione sociale ben definita, molto importante per la società dei consumi moderna e contemporanea. L'horror, secondo un'interpretazione oggi abbastanza affermata nella critica, ha rivestito nel corso degli anni un ruolo sociale importantissimo: con le storie dell'orrore gli autori hanno sempre delineato dei quadri distorti della realtà, che permettevano costantemente di riflettere sui lati più oscuri della società, della religione, della Storia di un Paese e, in definitiva, dell'animo umano. Due esempi, distanti ma non troppo, fra letteratura e cinema: Poe e Carpenter. Il Cuore Rivelatore (che ho riletto in inglese l'altra settimana) non è solo un ottimo intrattenimento basato sul meccanismo del thriller ante-litteram, ma è anche un grande racconto psicologico che preannuncia Freud. Perché l'assassino senza nome, che nel corso del racconto compie un orrendo omicidio, è un chiaro esempio ante-litteram della pulsione inconscia dell'uomo alla violenza e all'abbandono della ragione di cui la comunità scientifica e accademica comincerà a prendere atto all'inizio del '900. Pur rimanendo in un'ottica fortemente romantica, quindi pre-freudiana, Poe parla del lato oscuro dell'uomo ricercando il Male non più nel soprannaturale, ma nella mente di un folle che sente l'orrore invaderlo e spingerlo ad uccidere. L'orrore, in una fase storica di forte conformismo, serve a parlare di un lato oscuro della mente umana. Siamo avanti, siamo in un'ottica in cui l'uomo scopre qualcosa di terribile che lo riguarda e si rende conto che qualcosa, nella Società, può uscire fuori controllo: l'individuo. Più di un centinaio di anni dopo, John Carpenter girava quello che secondo me è il suo vero capolavoro, La Cosa, in cui una piccola comunità di uomini si ritrova bloccata in una base antartica alle prese con un alieno che può assumere l'aspetto di altri organismi, dunque prendere il posto di ciascuno di loro, e continuare ad assassinare i membri della spedizione. Carpenter mette nella figura del mostro tutto ciò che non va della società umana: la paura dell'altro, la xenofobia strisciante, il contrasto ideologico che all'epoca del film divideva il Mondo in due blocchi. La realtà non è sicura perché manca la fiducia fra gli uomini e l'egoismo ha la meglio.

2.Piacevoli scoperte d'inizio mese

Bene, sappiate che questo post non parla né di Carpenter né di Poe. E neanche della funzione sociale del cinema horror. Eh. Lo so. Prolissità portami via. No, il post vuole parlare del fatto che mi sembra che il cinema horror si stia sempre più scollando da quella funzione sociale per diventare qualcos'altro. Certo, non vale per tutti gli horror: segnalo subito un dittico che ho visto di recente, The Purge (2013) e The Purg
e: Anarchy
(2014) (tradotti con i soliti titoli all'italiana La Notte del Giudzio e Anarchia-La notte del giudizio ... vabbé, andiamo avanti). Come (quasi) tutto quel che mi piace è passato in sordina, ma è un'opera molto pregevole. La trama: nel 2030, gli U.S.A. sono governati da una dittatua conservatrice, "i nuovi padri fondatori", che è riuscita a portare la criminalità al minimo storico attraverso l'istituzione di un "rito", "lo sfogo". Una notte all'anno i cittadini possono commettere ogni crimine concepibile sfogando le loro frustrazioni o regolando i loro conti senza essere poi perseguiti dalla giustizia. Il risultato del setting sono due storie che mettono al centro della scena le storie di due gruppi di innocenti che devono sopravvivere alla nottata: una famiglia attaccata in casa propria da un gruppo di assassini nel primo film, dei perfetti sconosciuti che si trovano giocoforza ad affrontare una fuga nella metropoli assediata da bande di criminali nel secondo. Chiariamoci: sono film che hanno il punto di forza più nell'ambientazione che nella storia o nelle psicologie, anche se il secondo episodio colpisce molto per il suo mettere assieme il western metropolitano (dall'inizio alla fine ci sono sparatorie, inseguimenti e "assalti a diligenze", l'atmosfera è quella di I Guerrieri della Notte di Walter Hill) con l'horror creando qualcosa di visto raramente negli ultimi anni, un vero horror sociale ed apocalittico con attacchi ad alcuni principi conservatori. Si attaccano le disparità sociali fra classe imprenditoriale e quartieri popolari (i poveri non hanno difese contro la follia della notte dello sfogo, a differenza dei ricchi che posseggono case protette da sofisticati sistemi di sicurezza), così come l'industria delle armi da fuoco made in U.S.A. Certo, si può obiettare che gran parte di questi temi siano trattati con moralismo, ed il cinema di denuncia è in un'altra galassia. Però ci sono contenuti che vanno visti e valutati; se vi piacciono storie non per stomaci deboli, io un occhio ce lo butterei, più sul secondo che sul primo.

2. Una domanda

Okay, ho fatto una seconda digressione. Diavolo. Va bene, stavolta vado davvero al nocciolo, lo giuro. Ecco, il punto è che, al di fuori di prodotti come The Purge in giro c'è veramente poco. L'horror, dopo un momento di forte fermento come quello fra il 2005 e il 2010, in cui una nuova voga di sensazionalismo violento si era affermata facendo tornare un po' di sana paura al cinema (penso a prodotti come Alta Tensione, Martyrs, The Descent, non tutti e tre grandi film ma tutti e tre secondo me rivoluzionari nell'estetica del terrore), tutta la grande violenza, lo sdoganamento di un forte iperrealismo nell'horror, che portava anche ad una certa dose di riflessione sulla violenza stessa, abbia finito per diventare un nuovo mainstream. L'epica di alcuni prodotti, quella voglia di sorprendere lo spettatore, sta passando. E' vero, qualcuno dirà "Meno male, meno violenza al cinema". Ma ne siamo certi? La domanda che mi faccio è: se il cinema horror estremo comincia ad annoiare e non avere più quella carica rivoluzionaria che lo contrastigueva dieci anni fa possiamo aspettarci che le major si fermino nel loro cammino di messa in scena dell'ultraviolenza con prodotti un po' più coraggiosi come The Purge, che lavorano di più sulla sceneggiatura riuscendo un po' più a sorprendere, oppure ad un proliferare di splatter sempre più violenti, perché ormai lo standard sdoganato è quello del sangue di Martyrs?

03 marzo 2015

Creo e cerco, cerco e creo.

Ciao a tutti. Voglio tornare a scrivere sul blog dopo altri svariati mesi da quando l'ho toccato l'ultima volta. Mi sono laureato, e questo lo sanno tutti coloro che mi conoscono; la mia tesi è il mio orgoglio: nove mesi di lavoro per circa duecento pagine di analisi tecnica e contenutistica di From Hell di Alan Moore e Eddie Campbell. Riuscire a mettere su carta così tante infomazioni, tratte da tante e diverse fonti, e vedersi riconosciuto il proprio lavoro con la digità di stampa è stata una sensazione fantastica. Non tanto per il risultato formale, quanto per il fatto che ce l'ho fatta. La tesi è imperfetta e, nei prossimi mesi, non mancherò di correggerla e rivederla. Sto provando a pubblicarla, ovviamente. Non so come andrà, ma di sicuro ci proverò e riproverò. Quel lavoro mi ha aperto un mondo e, forse, spinto ad aprire nuovi progetti una volta laureato; da una parte, ovviamente, è cominciata la dua ricerca di un lavoro che abbia una qualche attinenza con il settore in cui mi sono specializzato, la comunicazione multimediale online. D'altro canto, il mio sogno è scrivere, ricercare, fare critica, pubblicare romanzi e, perché no, dirigere un film e produrre sceneggiature per fumetti. Voglio un rapporto con la creatività che sia "di frontiera": da un lato deve esserci la creatività, la produzione di lavori propri, dall'altro lo studio, la critica, l'analisi. E sì, qualora riuscissi a pubblicare o produrre, creod proprio mi butterei su prodotti che siano anche essi di frontiera: belli ma commerciali. E non me ne vergogno neanche un po', perché se c'è un indirizzo di pensiero in cui ho sempre creduto è che qualità e consumo, arte e guadagno, siano concetti che non devono essere in antitesi. Dirò una cosa discutibile: l'artista deve poter vivere grazie al suo talento e la sua creatività. Non ci sono scuse. Le storie che consumiamo (Game of Thrones? The Witcher?) sono prodotti commerciali. Dubito fortemente che George Martin o Andrezej Sapkowski ambiscano al Nobel per la letteratura, o che Christopher Nolan voglia rimanere nella Storia del cinema al pari di Kubrick o Truffault.
Al contempo, la norma che dovrebbe guidarci quando giudichiamo la qualità di un'opera di intrattenimento non è tanto "è fatta per far soldi o no?" quanto "è bella o no?". Okay, "bello" è soggettivo; Martin fa sgozzare impunemente mezza Westeros ed il pubblico si divide fra chi pensa che abbia creato una perfetta ricostruzione del cupo medioevo inglese e chi crede che sia uno che cede troppo spesso all'eccesso di sensazionalismo per vendere (per la cronaca: diciamo che io mi colloco fra i due estremi :P ). Ma la bellezza di Martin, secondo me, va oltre la soggettività. Dovremmo allora parlare di "capacità": Martin è oggettivamente un bravo narratore che, pur cedendo maledettamente alla commercialità facendo diventare una trilogia un ciclo sconfinato che neanche Howard poteva partorire, ha dato vita ad una storia che sa intrattenere, creare aspettative, appassionare, e dunque vendere. E' ovvio che noi pagiamo per le sue trame sin troppo arzigogolate e commerciali, ma paghiamo anche per scene come le Nozze Rosse in cui il televisione o nel romanzo si torna a parlare col linguaggio della pura epica. Questo è saper narrare, questo è guadagnarsi il pane attraverso una narrazione che è forte. Questo è quello che vorrei fare io e sto tentando di fare. Meglio ancora, se possibile. Più che Martin, allora, un valido modello per me è sempre il signor Stephen King di Bangor, Maine. Ora sto curando un piccolo universo fantasy, che vorrei diventasse un progetto di lavoro più serio in futuro. E cerco lavoro nel mio settore, sapendo che non lo troverò facilmente. Lasciarsi andare al pessimismo è una tentazione meravigliosa, che tento di lanciare via, rigettare lontano da me. Non è facile, ma ci si prova. In fondo, la mia citazione preferita è Conquista chi resiste. Spero di aggiornare presto il blog con qualche novità sul mio progettino; credo ci sentiremo qui ogni due-tre giorni. PS. Ovviamente un pensiero di rito va ancora alla scomparsa di Leonard Nimoy, il signor Spock della serie classica di Star Trek. Pochi altri attorni dell'enterteinment americano del secondo dopoguerra hanno saputo incarnare meglio lo spirito di una fantascienza popolare, aperta alla passione di un pubblico medio, desideroso di scoprire nuovi mondi stando davanti alla TV. Grazie mr. Spock. Sono figure come te che hanno "coltivato" noi nerd (involontariamente, per giunta!). Alla prossima!

21 settembre 2014

Isole d'orrore: "The Wicker Man" (1973) e "Ma come si può uccidere un bambino" (1979).

Questa settimana sono riuscito a mettere le mani su un horror del 1973 che cercavo da tempo, "The Wicker Man" di Robin Hardy: un mistery-horror che vede un poliziotto scozzese arrivare sulla remota isoletta di Summerisle per trovare una bambina scomparsa e che si imbatte, suo malgrado, in una vicenda fatta di suspense e culti di origine celtica. "The Wicker Man" è un cult; Christopher Lee, che interpreta la parte del lord dell'isola, lo definisce il suo miglior film, mentre Youtube pulula di documentari che trattano del rapporto fra il sottotesto pagano della pellicola e i fenomeni storico-antropologici cui si ispira (soprattutto uno: il sacrificio rituale). In effetti si tratta di un horror anomalo per l'epoca, in quanto sembra evidente l'impegno degli autori nel costruire un prodotto con contenuti che vadano ben al di là dei canoni del genere, quando la maggior parte dei film horror britannici degli anni '60 aveva un aspetto molto classico e gotico, come i vari Dracula con, ancora, Christopher Lee. La cosa interessante di "The Wicker Man" è, infatti, il suo costruire il contatto con la minaccia finale del film, una setta di cultisti che vuole ottenere vantaggi attraverso "offerte" agli dei, in maniera non banale, sorprendendo lo spettatore facendo apparire il culto celtico protagonista del film come un qualcosa di realistico,un sistema sociale che vive autonomamente sull'isola e porta con sé anche vantaggi agli esseri umani che lo praticano. Se lo confrontiamo ad un racconto dal tema simile, "I figli del Grano" di Stephen King, in cui due sventurati viaggiatori capitano in una cittadina dell'America più profonda e rurale in mano ad un gruppo di bambini che sacrifica alla loro divinità pseudocristiana gli adulti, colpisce come almeno nella prima metà del film Hardy-a differenza di King-giochi sull'ambiguità di ciò che lo spettatore sta vedendo, e che soltanto andando avanti col racconto l'orrore prenda corpo. Insomma: non ci si sente di giudicare negativamente quelli che dovrebbero essere i "cattivi". In più il film ha il pregio di avere un protagonista dalla personalità costituita da più dimensioni: Neil, il ferreo poliziotto che si ritrova a dover far luce sugli eventi, è quello che chiameremo un "bigotto" ligio al dovere e fervente cristiano, che non esita a giudicare la realtà che lo circonda attraverso categorie radicali e molto dure. Immaginatevi che impatto può avere su di lui arrivare su un'isola in cui gruppi di donnine nude si ritrovano a celebrare il dio sole in pieno giorno! Quindi se in "The Wicker Man" può esserci bene o male, molto più labile è la differenza fra "giusto" e "sbagliato". Ad una prima visione non è che il film mi abbia fatto impazzire particolarmente, perché nel corso degli anni probabilmente il tema del confronto con altr culture che nascondono elementi di orrore è diventato visto e rivisto nel genere, però vedendolo nell'ottica degli anni '70 si capisce quanto esso non sia il solito film e quanto segni una rottura con alcuni schemi. Ha anche i suoi bei pezzi di visionarietà, in quanto l'uomo di vimini del titolo (e lascio volutamente il mistero di cosa sia, anche se basta vedere un trailer del film per sgamare di che si tratta) è fra le invenzioni visive più affascinanti che abbia visto in un horror, sia per sforzo produttivo, sia per il significato che assume nel finale. Un'ultima considerazione; l'ambientazione isolana in cui un malcapitato protagonista arriva su un pezzo di terra sperduto nel mare e rimane vittima degli affari della comunità locale, è condivisa da un altro dei grandi horror europei degli anni '70, senza dubbio più estremo (e per ciò migliore): "Ma come si può uccidere un bambino?" dello spagnolo Serrador, in cui una coppia di sposi arriva su un'isoletta della Azorre i cui bambini hanno ucciso gli adulti comportandosi come fossero coinvolti in un crudele gioco (ed è da notare come alcuni critici abbiano criticato il sopra citato "I Figli del Grano" di King definendolo un plagio di Serrador!). Un horror viscerale, violento e vagamente politico: i titoli di testa mostrano fotografie di bambini sofferenti provenienti dai lager nazisti, dalla guerra del Vietnam e dall'Africa preda della fame, quasi come se la violenza dei bimbi nel film sia una reazione alle ingiustizie subite dagli infanti di tutto il Mondo. L'isola, in entrambi i casi, è una società fuori dalla società in cui qualcosa di alieno, sconosciuto, fa da specchio a rovescio del Mondo esterno e finisce per contrapporsi ad esso in maniera violenta e radicale. Vere e proprie isole dominate dall'orrore, nato dalla reazione ad un mondo in crisi. PS: inserendo la locandina del film mi sono reso conto di aver spoilerato l'"Uomo di vimini", ma TUTTE le locandine lo riportano. Allora, a coloro che già stanno prendendo in giro dico: potevate nascere nel '49 o nel '50 e vedere il film prima che diventasse un cult mondiale. :P Fabio.

30 settembre 2013

02 luglio 2011

Gioie e dolori: benvenuti in Italia.

Sono appena rientrato da una splendida vacanza in montagna. Una vacanza interessante; bella, colma di relax, nella natura. Una vacanza culturale, assieme ai miei colleghi di Università ed ad un docente. Una vacanza con vari incontri con persone appartenenti all'industria editoriale medio-piccola italiana. Abbiamo incontrato due scrittori, un editor, la coordinatrice di un laboratorio di scrittura creativa. Io vorrei scrivere, da qui al resto della mia vita; poteva esistere un'occasione più ghiotta di questa per togliermi qualche dubbio o paura sul mondo che mi riguarda?

Di dubbi da dare alle fiamme ne avevo abbastanza: innanzitutto, le persone che ho incontrato hanno qualcosa che vale davvero raccontare. Io sono solo un ragazzino a cui piacciono i film dell'orrore e i fantasy, che ama scrivere per diletto. Tutt'al più mi piace mettere in queste mie opera degli spunti di riflessione, dei pensieri... ma prima di andare su, devo dire la verità, avevo paura di essere tacciato di essere un pò troppo "immaturo", in gusti e passioni. Il professore è un grande storico e uomo di profonda cultura, gli ospiti avevano un certo background culturale... io, francamente, credevo che, se avessi parlato delle mie passioni, sarei stato etichettato come una specie di alieno, di figlio dell'industria massificata. Perché diciamocelo: in questo paese il fantasy è figlio della massificazione.
Invece no. Invece la morale del corso è stata un'altra: scrivete quello che vi pare, basta che scriviate bene. Basta che abbiate contenuto; il successo arriverà e se non arriva, pazienza. La scrittura fa bene all'anima, non al portafogli. Se vuoi scrivere di cavalieri che lottano contro Balrog o Mangiamorte, fallo: basta che tu lo faccia col cuore.

Ci può essere un messaggio più bello di questo?

Insomma, io torno ieri tutto contento di quest'esperienza, con un pò di libri comprati su, tante belle foto di Prata, Massa Marittima e della splendida Toscana, e con la certezza che non bisogna avere paura di scrivere ciò che si vuole: basta che si scriva.
Stamattina accendo il PC e scopro una cosa. A questo punto, lettore, se hai un cappello in testa e sei appassionato di fantasy, togliti il copricapo, perché do una notizia bruttissima. La Asengard edizioni, una bella iniziativa editoriale che da alcuni anni pubblica romanza fantasy, horror e gialli, dando voce a tutti gli appassionati del fantastico come me che sono stanchi di leggere sempre i classici come Asimov o Poe, sta per chiudere i battenti. Per chi non lo sapesse, la Asengard è molto rinomata: tanti autori di talento stavano provando a pubblicare le loro storie con essa. L'avevano scelta anche gli autori di "Sine Requie" per pubblicare il loro primo romanzo tratto dal mondo del loro gioco di ruolo, "Sopravvissuti", che sto finendo di leggere proprio in questi giorni. Il comunicato stampa dice che non ci sono soldi per continuare le pubblicazioni. Non riescono a campare vendendo horror e fantasy. Perché giustamente in Italia il pubblico non è tutto orientato verso lo stesso genere, okay. Se chiude non è colpa degli italiani, tutto sommato il fantasy è di nicchia. Il mercato è limitato.
Non è colpa di nessuno.
Tuttavia, sono triste. Sono triste perché per ogni casa editrice come la Asengard che chiude sempre meno persone avranno la possibilità di dire che noi, popolo del fantasy, esistiamo.
Io ho trovato, in vacanza, tanta gente disposta a darmi una pacca sulla spalla ed ad incoraggiarmi a scrivere. Ma la strada è in salita, a quanto pare. Dobbiamo stringere i denti. Dobbiamo continuare a credere in ciò in cui crediamo; ad amare ciò che amiamo. A prescindere dal soldo e dal potere. Io so che un'altra Italia, amante dell'arte e della bellezza, esiste. L'ho visto a Prata. L'ho udito dalla voce dei relatori delle conferenze. La scrittura non è morta.
Dobbiamo resistere, resistere, resistere. Anche se oggi, per me, è un piccolo giorno di lutto.