31 dicembre 2008

"Il Cavaliere Oscuro": omaggio dovuto.


Ho visto l'ultimo il chiacchieratissimo ultimo film dedicato alla leggenda dell'Uomo Pipistrello.

Risulati? Eccoli:

1)Ho trovato il più bel film fantasy degli anni 2000.

2)Nuova linfa ispirativa per me, perché "Il Cavaliere Oscuro" è un vero e proprio noir di quelli che piacciono a me... al mio nuovo romanzo, quando avrò voglia di riprenderlo, la sua visione avrà fatto molto bene.

3)Ormai sono stato rapito dal mitoo di Batman (e del Joker) talmente tanto che non ho resistito e ho comprato due albi da collezione del fumetto.


Ora, "Il Cavaliere Oscuro" è uno di quei pochi filmoni a cui è giusto che tutti si interessino, a differenza di tanti altri blockbuster superpubblicizzati da fa, critica e media. Il fatto che la sua storia sia legata a quella tristissima di Heath Ledger lo ha portato sulla bocca di tutti, e per fortuna ciò ha portato anche ad analizzare seriamente il film in modo da considerare anche la straordinaria riflessione socio-politica che porta con sé. "Il Cavaliere Oscuro", infatti, più che un film di supereroi è un'epica noir straordinaria. Incredibilmente, i suoi veri padri sono i film di Michael Mann, perché "Il Cavaliere Oscuro" pur muovendosi nell'ambito fantasy riesce come pellicola estremamente realistica e molto vicina agli schemi dei grandi noir del maestro di Chicago. Nolan ha detto di essersi ispirato a lui per diverse scene: ebbene, omaggi a "Heat" sono senza dubbio il prologo iniziale nella banca, l'interrogatorio di Joker che riecheggia in alcuni frammenti la chiacchierata fra DeNiro e Pacino nel caffe e infine la ripresa di Bruce seduto di fronte alla finestra dopo la morte di Rachel, scena che con quel suo blu intenso non può non rimandare a Robert DeNiro che guarda il mare dal suo attico; ancora, il frammento in cui Batman interroga Maroni nella discoteca presenta alcune note stilistiche che ricordato una scena analoga in "Collateral".

Ma non è solo questo.

Il film di Nolan, come quelli di Mann, emerge dalla melma dell'entertainment contemporaneo per la capacità di portare una forte riflessione morale all'interno del film, come facevano i grandi classici del cinema americano. A mio parere la metafora politica del film è esemplare. Con un tratto hobbesiano, Nolan sfrutta il film come occasione per rappresentare un'umanità malata di egoismo e pronta a buttarsi a capofitto nell'anarchia. La vera protagonista del film è difatti la città, con la sua popolazione pronta a sacrificare suoi stessi componenti per sopravvivere, quindi preda dell'egoismo. Joker è dipinto come un vero e proprio terrorista anarchico convinto di poter "purificare" l'umanità facendo saltare tutto in aria per condurre l'uomo ad un nuovo inizio. Infine Batman rappresenta l'ideale di eroe moderno, capace di poter proteggere la comunità e di salvare i valori inalienabili di libertà, giustizia, uguaglianza. Il risvolto è che però in un mondo crudele e senza speranza Batman potrà anche essere inamovibile e incorruttibile, a patto però che "si sporchi le mani". Nel finale l'eroe pipistrello dovrà scegliere anziché la via del giustiziere "buonista" e "retorico" quella del machiavellismo, del lavoro sottosilenzio, insomma, una via molto più silenzioso e di certo non trionfale per un "eroe". Questo secondo me è un discorso attuale, soprattutto per quel che concerne la politica. Non sempre la strada più facile è la migliore; non sempre la trasparenza ripaga. Batman sa di dover eliminare Joker perché con lui la civiltà andrebbe in frantumi, perché sa che il suo ideale di anarchia sarà nobile dal punto di vista teorico, ma messo in moto porterà solo altro sangue. Quindi, l'eroe deve agire in tutti i modi possibili, anche con il proprio sacrificio, per il bene della comunità. Beh, che dire... ha capito come dovrebbe essere la vera politica. E questo non è qualunquismo... è amarezza!

Aggiungo infine che di film come "Il Cavaliere Oscuro" oggi non se ne fanno più. Lui è l'highlander in mezzo ad un oceano di blockbuster che magari potranno anche divertire e stupire con gli effetti speciali (prendi "Pirati dei Caraibi"), ma che sotto il profilo della novità e dell'arte offrono pochissimo. Un noir straordinario...

21 dicembre 2008

"Defiance" di Edward Zwick: qualche considerazione

E' stato diffuso nei giorni scorsi il trailer del nuovo film di Edward Zwick, il regista de "L'ultimo samurai" e di "Glory-Uomini di Gloria".

Il titolo della pellicola è "Defiance", ed è un film bellico dal tema abbastanza innovativo.

Per la prima volta infatti Hollywood porta sul grande schermo un lato praticamente sconosciuto dell'Olocausto: la resistenza armata ebraica. Ambientato nel 1941, "Defiance" racconterà la storia, vera, di una brigata ebraica attiva in Bielorussia, che combatté i nazisti invasori costruendo una sperduta base nei boschi e salvando circa 1200 ebrei dai lager.
C'è da dire che il film farà discutere, e neanche poco, sia sul fronte artistico sia su quello storico-morale, sia su entrambi contemporaneamente.
Innanzitutto, il regista del film Edward Zwick è tutt'altro che uno storico, anzi è un esteta del kolossal che più di una volta nei suoi film ha premuto un pò troppo l'acceleratore sulla retorica sacrificando a volte un'ottima messa in scena. Ora, la mia previsione è che "Defiance" possa rivelarsi una specie di "Braveheart" della resistenza ebraica. Questo potrebbe far storcere il naso agli storici europei, che non hanno mai apprezzato il cinema "glorificante" statunitense di elogio all'eroismo dei veterani (vedi "Salvate il Soldato Ryan") preferendo sempre di più la riflessione "pacata" di autori quali Benigni di Radu Minelau, che invece hanno lavorato molto sull'importanza della pace e della fratellanza come strumenti per combattere l'orrore nazista. E' vero che un film hollywoodiano non da mai risultati storici puri al 100%; il caso eccezionale è stato a mio parere "Schindler's List", che è un capolavoro. Però dal trailer emerge, almeno alla mia sensibilità, un film che invece si potrebbe rivelare molto più viscerale, appassionante e importante di altri. Dal trailer e dallo stesso titolo sembra quasi che Zwick abbia voluto sottolineare una tesi presente in solo una piccola parte della storigrafia sull'Olocausto, diffusasi negli ultimi anni, ossia quel filone che tenta di dimostrare con sempre maggior difficoltà la presenza di un'attiva resistenza ebraica durante la guerra. Se ci si pensa, lo stereotipo vuole una popolazione ebraica totalmente silenziosa e passiva di fronte allo sterminio, capace al massimo di organizzare cerimonie religiose clandestine. Viceversa, episodi come quello delle ribellioni di Sobibor, Treblinka, Auschwitz e del ghetto di Varsavia dimostrano che una resistenza ebraica ci fu e anche in misura neppure troppo limitata. La mia speranza, secondo me fondata vedendo già alcune scene, è che Zwick si sia dimostrato all'altezza e sia riuscito a donare al film il giusto tocco riflessivo che serve quando ci si ritrova davanti un argomento scottante come questo; ma di certo anche la spettacolarità farà la sua buona parte, e secondo me sarà un valore aggiunto, non un male: "Apocalypse Now" ci insegna che anche il grande kolossal hollywoodiano d'azione, o comunque il racconto avventuroso, possono insegnare anche di più di un trattato di Storia.

L'appuntamento è il 23 Gennaio dunque, speriamo di poterci andare!

17 dicembre 2008

Crime stories e TV generalista

Ho voglia di fare una piccola notazione a proposito di un dato...
Il venerdì sera di Italia1 è, da agosto, dedicato ad un ciclo "Crime" durante il quale vanno in onda le ultime novità in fatto di serie TV poliziesche. E' stato durante la programmazione "Crime" che hanno mandato in onda due delle più belle serie TV degli ultimi anni, "Dexter" e "Life", a mio avviso i due grandi eventi televisivi della stagione. Finite queste due serie imperdibili, che il venerdì seguivano di consueto una puntata di "CSI: Miami", Italia 1 aveva optato per mandare in onda ancora "CSI" facendogli seguire "Standoff", particolare serie poliziesca americana su cui pò mi soffermerò, e una fiction italiana nuova-nuova tratta da "Quo Vadis, Baby?" di Grazia Versani, da cui era già stato tratto il film di Salvatores. Per me poter vedere quest'ultimo in TV avrebbe costituito un'interessante sorpresa: "Quo Vadis, Baby?" è una serie che prende le mosse da dopo gli eventi del film, se non ho capito male eliminando tutte le differenze di storia fra libro e trasposizione filmica (nomi cambiati, cose così), magari mi avrebbe portato a rivalutare un'opera che ripeto a mio parere non era del tutto riuscita per alcuni motivi.
Invece, come al solito, su Italia1, si è preferito subordinare un coraggioso sperimentalismo costituito da una serie TV noir totalmente italiana alla logica dello share inserendo dalle 21.10 alle 23.05 due puntate dell'abusato "CSI", seguito da "Standoff" e alle 24.00 (!), finalmente, da "Quo vadis, Baby?".
A giudizio critico, senza tentare di propagandare i miei gusti personali, devo dire che la scelta di riproporre "CSI" mi dice già di per sé che gli italiani medi amano ancora il vecchio giallo classico, il "giallo borghese", in cui bene e male sono ben distinti e l'obbiettivo ultimo è la soluzione del caso; se poi ci mettiamo che "CSI" è uno dei prodotti a livello registico più sensazionalistici degli anni 2000, in cui campi, controcampi, rallenty esagerati e momenti frenetici alla Jerry Bluckeimer spingono l'acceleratore sul "fattore scena", allora penso anche che è il prodotto giusto per una classe media che molto spesso pensa più all'estetica, a un edonismo sterile e falso, che a una sostanza "morale" a mio avviso utile in tempi come questi. Un telefilm come "Dexter", per esempio, è tutt'altro che "pulitino" come "CSI": politicamente scorretto, violento, spietato. Ma presenta un sottile rovello morale che spinge alla riflessione con pochissimo. Non pretendo di dire che abbia chissà quale intento educatore, ma sfido io a negare che chi l'ha guardato, almeno una volta, non si sia fatto qualche domanda sulla stranissima natura umana. Con CSI la domanda più profonda che ti puoi fare è se il tizio ha fatto bene ad ammazzare la vittima... sinceramente, è più profondo "Dexter"... ma il punto non è questo, qui non si vuol fare "rieducazione dei gusti" dell'italiano medio: sono contrario a qualsiasi tipo di "coercizione" mirata a far cambiare preferenze in qualsiasi campo, in particolare se si tratta di una stupidaggine come "cosa vedere in TV".
Ma a livello di critica alla programmazione mi sento un pò irritato: Italia1 ha deciso di silurare la prima serie TV noir "moderna" dai tempi di "Crimini", che poteva costituire un piccolo passo verso una ricostruzione dell'arte "di genere" dell'enterteinment italiano (in tempi in cui l'enterteinment italiano non esiste), per fare audience. Mi dite chi è quel cretino che aspetta mezzanotte per guardare una serie tv italiana, sperimentale nel genere, atipica, pergiunta lontana dagli standard abusati e retorici di "Distretto di Polizia" e simili?!
So bene che alla fin-fine neppure un esperimento "innovativo" come "Crimini" cedeva in più punti in quanto a sceneggiatura e regia, però almeno era qualcosa di nuovo rispetto alla solita solfa. Non possiamo andare avanti con serie TV moraleggianti, scontate e autocitazionistiche... siamo nel 2009, "La Piovra" è superata! Se la gente non guarda buona televisione, alla lunga si addormenta in tutti i sensi. Diamo una chance allo sperimentalismo, signori della televisione; se vedremo che lo share di quei prodotti non va, vi darò ragione e vi lascerò riproporre "La Signora in Giallo" altre quattromila volte... ma e se poi va come dico io? Cos'è, sarebbe troppo pericoloso non indirizzare "dall'alto" i gusti popolari?

09 dicembre 2008

Sherlock Holmes



Ieri sera ho visto un film tv tratto da "Il Mastino dei Baskerville" di Arthur Conan Doyle, l'episodio più famoso della prima serie di romanzi dedicata a Sherlock Holmes, il grande detective privato "illuminista" alle prese con i crimini più efferati dell'età vittoriana.
Avendo letto da poco "Uno Studio in Rosso" non potevo rinunciare, ed infatti mi è piaciuto, anche se naturalmente il formato da fiction rovina un pò l'atmosfera a causa di molteplici note stilistiche già viste.

Quello che mi piace dei romanzi di Conan Doyle è che sono molto meno "manichee" di quanto anni di film e pubblicità mi avevano fatto apparire. Vedevi i film e i cartoni, e Sherlock ti appariva come un paladino della giustizia integerrimo e spietato, senza macchie né paura, il classico supereroe combattente contro le forze del male. Invece è un pò più "frammentato" come personaggio letterario. Ad esempio, non tutti sanno che Holmes è un morfinomane come pochi altri eroi della storia della letteratura moderna, che la sua aurea di sapientino è in verità limitata (non ha sistematica conoscenza accademica, bensì si interessa solo di quegli argomenti a lui utili nel suo lavoro), spesso entra in imbarazzo perché non ha granché esperienza nei rapporti umani. Insomma, non è per fare del revisionismo postmoderno, ma anche l'imbattibile Sherlock Holmes è un uomo tutt'altro che imbattibile.

Quello che mi piace di Holmes è proprio come la sua figura sia composita, a più strati. E' molto più moderno di quanto non si pensi, a confronto con lui molti altri eroi della letteratura di quel periodo appaiono molto più schematici e spensierati.

Anche il suo mondo è molto più che il solito acquerello d'epoca ben fatto, anzi, spesso i sobborghi londinesi prendono il sopravvento soffocando ogni speranza. I "cattivi" di Holmes sono geni del male che hanno provato il male sulla loro stessa pelle, come il colpevole del caso dello "Studio in Rosso", il cui background copre da solo quasi l'intera seconda parte del romanzo e ti fa morire per quanto è romantico.

"Il Mastino dei Baskerville" è un giallo esemplare, che sconfina pian-piano nell'horror con un elemento soprannaturare che poi alla fine si rivela nella sua vera forma, concetto chiaro anche in un altro classico della narrativa thriller ottocentesca, cioé nel racconto che ha ispirato Holmes: "I Delitti della Rue Morgue" del "mio caro" bostoniano Edgar Allan Poe. Non vedo l'ora di leggere entrambi, ma ora ho una tale montagna di roba fra romanzi, racconti, fumetti, manga... però senza dubbio dopo la goduria di ieri sera non ci rinuncerò. E' stata proprio una bella storia thriller, anche se l'unico difetto è stato un Watson un pò troppo giovane rispetto a come dovrebbe essere in verità (è un veterano dell'esercito, l'attore pareva al massimo una recluta...), anche perché, dal romanzo Watson sembra molto più complesso e affascinante di quanto vuole mostrare lo stereotipo classico.

A proposito di Sherlock, è un personaggio da studiare a fondo soprattutto se, come me, vuole fondare il "suo" detective".

04 dicembre 2008

Facebook

Mi ci sono iscritto, ed è una droga.

Ti ritrovi in un'immensa community dove trovi la maggior parte dei tuoi amici online. E quando dico "la maggior parte" vuol dire proprio la maggior parte: CE STANNO TUTTI come si dice qui da me. Tutti. Ed è fantastico: finalmente quando ci stai sopra non ti senti più solo a casa... solo, come tutte le community, da assuefazione.

01 dicembre 2008

Chiuso con i libri di Storia

Non ho più trovato niente da scrivere sul blog perché è una settimana che non faccio altro che studiare per l'Esonero. Pazienza.

Ora sto scrivendo con più regolarità il nuovo romanzo, o almeno ci provo a fasi alterne; ho completato un racconto e sto cercando di buttare giù un'avventura di D&D: è logico che prima o poi tutta 'sta robaccia crei un pò di congestione, ma già il fatto che di sera mi posso piazzare nel letto e buttar giù un paio di righe di racconto è meglio di niente.

L'avventura mi piace, peccato che non penso sarò un granché come master: penso che per metà delle sessioni o i giocatori mi daranno una mano oppure me la stringeranno e mi diranno "Ciao, è stato bello!".

Speramo bé...