28 gennaio 2011

Discorso sul metodo

Stamattina ho affrontato con successo un altro esame nella mia (faticosa) scalata verso la laurea; la disciplina era "Paleografia" (anche se preferisco chiamarla col nome che aveva prima, "Storia della comunicazione") e in questi tre anni è stata in assoluto una delle mie preferite. Penso che l'esame di oggi sia capitato a fagiuolo per introdurre un pò più nello specifico ciò di cui parlerà questo blog.

"Storia della Comunicazione" è una materia particolare. Io stesso ho dovuto affrontare ben tre esami in tre anni in questa discilina per comprendere veramente come il professore (un bravissimo professore, di cui ovviamente non dirò il nome) organizzi il corso. E capirne la grandezza. E' ovviamente "Storia", ma è Storia ad un livello molto dettagliato rispetto ad altre discipline che analizzano il passato. In "Storia Contemporanea", ad esempio, dovetti imparare date, modalità, nomi, eventi sia per quel che riguarda la parte generale che l'argomento monografico del corso (l'Olocausto, in quel caso).

In "Storia della Comunicazione", invece il professore prende come nucleo fondamentale del corso un fenomeno storico in particolare (quest'anno era la Stregoneria e la segregazione del sesso femminile) e lo affronta andando però a collegarlo a tutti quegli eventi storici che potrebbero presentare analogie "strutturali" con quell'elemento. Ad esempio, quest'anno abbiamo messo a confronto e analizzato due periodi tanto diversi come quello della caccia alle streghe e quello in cui si svolse la tragica vicenda dei desaparecidos (anni '70 del '900, in Argentina). Questo, di tutti i confronti che abbiamo fatto, è probabilmente il più elementare (sempre di oppressione armata verso una minoranza si tratta), quindi il più esemplificativo.

Insomma, il corso mira a riflettere su certi eventi storici come frutto di fattori di causa-ed-effetto che, pur non con gli stessi connotati contingenti, si possono ripresentare (aveva ragione Vico quando parlava di "corsi e ricorsi"). E' questo il tipo di Storia che mi piace veramente, più dell'imparare nomi di luoghi in cui si sono svolte battaglie o date importanti. Sia chiaro, adoro anche quella. Ma io con le date mi impiccio sempre, devo di continuo ripetermele... allora meglio spiattellare al professore confronti fra eventi storici diversi (ovviamente senza mai scendere nei particolari) oppure, ancora meglio, fare grandi riflessioni sui "massimi sistemi" che regolano la Storia. Tutto è decisamente più facile, no?!

Scherzo. Ovvio. No, la verità è che mi piace l'approccio con la Storia: in particolare, si fa una cosetta che spesso al Liceo non si fa, cioé ci si confronta da una parte con le fonti dell'epoca, dall'altra con tutte quelle opere (film, romanzi...) che hanno trattato gli argomenti storici che si prendono in considerazione durante il corso. Non vengono solo "mostrate", ma anche sottoposte a critica, attraverso l'analisi delle motivazioni dei loro autori e del contesto in cui vengono create. Anche se non sono del periodo storico preso in esame.

Alla fine del corso, tu studente hai una panoramica della situazione, del problema, da più punti di vista. Ecco, ecco la parola chiave: problema. La Storia è problematica, proprio perché frutto del rapporto fra causa e conseguenza; ma non di una sola causa e di una sola conseguenza. Infiniti sono gli eventi che portano ad altri eventi. Ogni azione ha una miriade di conseguenze. La sola riflessione che ne posso trarre è che avevano ragione gli Illuministi quando, dopo secoli di orrori e fondamentalismi, coniarono il vecchio adagio "metti tutto sotto analisi. Questo è centrale, oggi. Si parla tanto di crisi dell'informazione, tanto di massificazione selvaggia, tantissimo dei problemi e dei nefandi effetti che questi fenomeni provocano. Se uno studente di questo corso non lo tratta come un semplice "esame" e "ragiona", ecco che mette un nuovo tassello per costruire una coscienza di sé.

Logico che non basta "Storia della comunicazione" per aprire il cervello, la persona che vuole arrivare a ciò deve anzitutto vivere con i piedi per terra, tenere sempre in contatto con la realtà, avere un rapporto sempre analitico con ciò che legge, che vede e, perché no, anche su ciò che pensa. E' una faticaccia enorme, secondo me. Basta poco per farlo ma è una faticaccia enorme.



Per me, ovviamente, tutto ciò che ho fatto in corsi del genere all'Università è stato esaltante. Perché ciò che mi hanno dato è la conferma che si può vivere proprio così come voglio: limitando al massimo la sensazione di farmi portare via dai giudizi e dai pregiudizi, dai luoghi comuni. E' difficile. Non ti puoi permettere di farti un'ideologia tout-cour, cosa ben più facile. Però ci provo.

Finita questa noiosa riflessione, annuncio che il primo argomento che voglio trattare è proprio l'epoca in cui questa mentalità comincia a prendere (finalmente) piede: il '500, ragazzi, è fichiiissimo. Stay tuned.

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